Patto del Nazareno: provaci ancora Matteo

  • 14 novembre 2017
  • di Tiberio Brunetti

Chi rompe paga. E i cocci sono i suoi.

Breve storia di Matteo Renzi. Ha rotto (il patto del Nazareno). Ha pagato (sconfitta al refedendum 2016 che gli è costata la Presidenza del Consiglio). E’ rimasto con i cocci del Pd  (che portò al 41% e che ora naviga intorno al 25%). Ascesa e caduta in tempi record. Declino irreversibile? Al momento così sembra.

Si scagliò contro Grillo con il celebre, e giusto: “Beppe, esci da questo blog”. Ora qualcuno dovrebbe dirgli: “Matteo, esci da questa narrazione”, visto che risulta totalmente schiavo di uno schema comunicativo sempre più forzato e distante dalla realtà (il viaggio del Treno Pd, costoso quanto dannoso in termini elettorali, ne è l’ultima dimostrazione).

Diciamoci la verità: Matteo è un leader populista (come altro definire chi ha costruito la propria fortuna parlando indistintamente di “rottamazione”?). Poi si è voluto travestire da leader popolare, e non ha funzionato più. Vogliamo dire un’altra verità? L’occasione mancata è stato il matrimonio (politico) con Berlusconi, che nel frattempo è tornato al centro della scena politica e, per spessore e storia, appare in questo momento l’unico leader credibile. Bisognava andare fino in fondo e varare il Partito della Nazione. Serviva a Renzi, che sarebbe diventato il leader. Serviva a Berlusconi, che ne sarebbe stato il padre nobile. Serviva all’Italia avere una forza stabilmente sopra il 40%, capace di dare stabilità e governabilità. Perché  le coalizioni che ci troveremo sulla scheda elettorale a marzo prossimo sono delle forzature.

E’ evidente che Forza Italia, ad esempio, governerebbe meglio con il Pd, piuttosto che con la Lega. Così come è evidente che il Pd governerebbe meglio con Forza Italia, piuttosto che con Mdp. E’ del tutto illogico ragionare ancora in termini di contrapposizione tra centrosinistra, centrodestra e grillini. La sfida, o la proposta politica se preferite, è oramai tra forze sistemiche e forze antisistemiche. Trump ha battuto la Clinton un anno fa perché ha plasticamente capito questa evoluzione della polarizzazione del consenso. Ed è stato abile a mostrarsi il più antisistemico possibile. Ma anche Macron è stato abile a comprenderlo, ed ha vinto perché si è dimostrato il più in linea con l’establishment del Paese. Entrambi hanno interpretato al meglio sentiment dominante dell’elettorato nel proprio Paese. In Italia invece il processo di rinnovamento è saltato. Potevamo essere pionieri – come ha riconosciuto lo stesso Renzi: “se avessi dovuto fare il Macron italiano le condizioni c’erano quando abbiamo vinto le europee” –  e siamo rimasti ancorati e bloccati ad uno schema politico/partitico superato. Che non attrae ne funziona più, ed è così che si spiega anche la disaffezione ai partiti e le percentuali sempre calanti di votanti alle consultazioni.

Abbiamo buttato i cinque anni di questa legislatura, che passerà senza aver lasciato nulla di buono. E, purtroppo, la prospettiva è di altri cinque anni difficili, complicati da una legge elettorale che finirà per rendere tutto ancora più frammentato. Ci avviamo ad una campagna elettorale che si dividerà tra i calembour di Renzi, le esternazioni tragicomiche di Di Maio e la ritrovata grandeur di Berlusconi. Nessuno sarà autosufficiente per governare, neppure la somma dei parlamentari eletti singolarmente da Pd e Forza Italia. E ci troveremo punto e daccapo. Probabilmente in un quadro di composizione parlamentare ancora peggiore del 2013. E’ tardi per intervenire sul flusso degli eventi di qui alle elezioni del 2018.

Ma chi ha fatto saltare il patto del nazareno ha il dovere di rimettere insieme i contraenti.

Provaci ancora, Matteo. Ma questa volta vai fino in fondo.