Il problema sono i partiti, non le leggi elettorali

  • 4 giugno 2017
  • di Tiberio Brunetti

Il vero deficit democratico che vive, da anni, il nostro Paese deriva dal fatto che che si discute sempre e solo di come cambiare il modello elettorale. Quando, invece, a cambiare dovrebbe essere il modello di rappresentanza.
In buona sostanza abbiamo partiti strutturati e organizzati alla stessa maniera di quelli che avevamo alla nascita della Repubblica. Quando il punto di riferimento erano le ideologie. In questi 70 anni è cambiato tutto, nel mondo. Tranne l’organizzazione dei partiti italiani! Siamo passati dall’ideologia alla post ideologia. È crollato il muro di Berlino e si è dissolta l’Unione Sovietica. Nel frattempo il capitalismo ha preso il sopravvento ed ora è stato sostituito dalla finanza, che domina ogni cosa. Ma i nostri partiti sono rimasti impermeabili a tutto. Refrattari ad ogni cambiamento interno. Certo, hanno cambiato nomi e simboli. Ma la struttura, il funzionamento, le logiche che li governano sono sempre uguali.
È questo che, progressivamente, ha portato ad una disaffezione alla partecipazione alla vita democratica e, conseguentemente al voto.
Perché i partiti, così come sono strutturati, al netto della capacità mediatica di alcuni leader di attirare un consenso contingente, e dunque liquido, non sono più un modello di rappresentanza credibile.
Quando i dirigenti politici dicono: “dobbiamo aprirci alla società civile”, ammettono proprio questo fallimento. Certificano che la società civile è fuori dal loro perimetro. Dunque loro chi rappresentano? Da chi sono formati?
Un tempo nelle città, nei paesi di provincia, le sezioni di partito pullulavano degli esponenti autorevoli delle comunità: dotti, medici, sapienti. Erano tutti lì. Ora se ne tengono qalla larga. D’altra parte, alle elezioni comunali le liste civiche hanno di gran lunga superato quelle dei partiti che anzi, spesso, preferiscono evitare di presentare il proprio simbolo.
Ed è così che, a causa di questa pervicace ostinazione ad autopreservare le proprie prerogative e rifiutare qualsiasi tipo di cambiamento, che i partiti stessi hanno dato spazio ad un movimento di inetti a governare ed amministrare, guidati da un ex comico eterodiretto da una società di comunicazione. Cos’è il Movimento 5 Stelle se non il Truman Show della politica italiana?
Serve credibilità. Serve che i partiti cambino, sennò a nulla serve cambiare la legge elettorale di quando in quando sulla base delle esigenze del momento.
Basta tessere, che oggi valgono nulla più che un like su facebook. Basta organismi elefantiaci ed inutili: direzioni nazionali, esecutivi regionali, coordinamenti di qualsiasi cosa. Via tutto.
Serve una organizzazione leggera, ma efficace, che segua semplicemente un modello di governo d’impresa (appunto perché non siamo più in una fase ideologica).
Struttura centrale che raccoglie e distribuisce le risorse, ottimizza le informazioni e la comunicazione e funge da raccordo con i territori, senza egemonizzarli.
Strutture periferiche che, sollevate dalle incombenze di cui sopra, devono occuparsi essenzialmente del coinvolgimento delle comunità di riferimento.
Brutalmente: la sede centrale cura il prodotto, quelle periferiche lo vendono, declinandolo adeguatamente per ogni territorio.
Chi avrà voglia di impegnarsi attivamente darà il proprio contributo a tenere in vita le organizzazioni e parteciperà, attivamente e passivamente, alle selezioni della propria classe dirigente centrale.
Una grande assemblea programmatica all’anno in cui coinvolgere tutti e stop.
Tutto qua. Troppo semplice per essere realizzato. E intanto i 5 Stelle ringraziano.